martedì 3 luglio 2012

la torta di un romanzo, il mio....


Ebbene sì, l'ho fatto!

Non è un libro di ricette, ma almeno una ricetta, o meglio, una preparazione, la riporta. E con questa, care amiche e cari amici blogghettari, vi presento la mia creatura. Qui è una dei due protagonisti che parla, Marta, una giovane ricercatrice precaria:
"Ho letto la ricetta, ho messo Gisela a montare il bianco delle uova a neve ferma, la nonna a girare la farina di fecola insieme al lievito e alla farina bianca, mentre io mi sono messa a montare il giallo delle uova con lo zucchero. Mi è venuto in mente un libro che avevo letto anni prima, che mi aveva regalato Ilaria: “Scrivere Zen”: "Quando si prepara una torta, ci si procurano degli ingredienti: zucchero, lievito, uova, latte. Si mettono in una ciotola e si amalgamano bene bene, ma questa non è una torta. Adesso bisogna metterla in forno, e aggiungere calore, cioè energia, così da trasformarla in torta, e questa non assomiglia affatto agli ingredienti da cui siamo partiti. Mi vengono in mente quei genitori che negli anni Sessanta non riuscivano a riconoscere i loro figli negli Hippie che si trovavano di fronte. Il latte e le uova guardano la torta: "Non è roba nostra". Non uova, non latte, ma la figlia laureata di genitori immigrati: una straniera in casa sua.". Io ero una torta che non riconosceva il suo latte e soprattutto le sue uova. Ma ero anche le uova di qualcosa che sarebbe divenuto una torta. Ci saremmo riconosciuti l’un l’altra, domani?
Alla fine l’impasto è stato pronto. L’ho messo in forno e ho consegnato le ciotole alla nonna, come si fa con i bambini golosi. Lei le ha pulite bene col cucchiaio e poi le ha rigovernate, accuratamente. Mi sembra che stia addirittura migliorando, anche se questa ipotesi è tra le più assurde che si possano formulare. Dopo quaranta minuti ho sfornato la torta. All’aspetto era belloccia, ma come potevamo sapere se era anche buona? La nonna la guardava con gli occhi da cerbiatto, carezzandone la superficie un po’ irregolare, ispezionandone i bordi inclinando la testa, valutandone l’eventuale morbidezza. “Ma è finita così…?”, ha detto Gisela, “...così asciutta?” Giusto, non era finita; sembrava un dolce un po’ da fame, come il ciambellone che faceva mia madre quando eravamo piccole nei suoi rari momenti di casilinghitudine, e che mio padre chiamava “lo strozzapreti”. Si doveva fare il ripieno, e poi magari una copertura. Ho aperto il frigo ma non c’era che un uovo residuo. Oltre alla verdura, due lattine di cocacola e a qualche briciolina, decisamente inservibili per il nostro scopo. Gisela allora ha detto: “io pensare…” ed è scesa di nuovo al negozio all’angolo. In un attimo è ritornata con un barattolo gigantesco di nutella e con un vasetto di mascarpone . Dopodiché si è lavata le mani, si è rimessa il grembiule e mi ha detto: “Montare altro bianco uove con zucchero”. Ho ubbidito. In un’altra vita devo essere stata un pastore tedesco, perché i comandi secchi mi fanno sempre scattare sull’attenti. Non so perché. Non è nemmeno tanto un bene, tra l’altro. Ma stavolta ero giustificata. Gisela conosce poco la nostra lingua, e quindi la sua assertività non è dettata dalla prepotenza ma dalla necessità di farsi capire. Comunque ne è venuto fuori una cosa sorprendente, che chissà quanti conoscevano e apprezzavano, ma che io ho assaggiato ieri per la prima volta. Ho aperto la torta e l’ho farcita, dopodiché l’ho richiusa. Dopo l’operazione la torta stava lì, farcita ma un po’ sbilenca. Le mancava ancora qualcosa. Siamo rimaste qualche minuto tutte e tre intente a rimirarla. Pendeva un po’ da un lato, e nel complesso non faceva un grande effetto, a vederla, con quel suo capoccione un po’ crostoso. Allora Gisela ha ripreso il suo ruolo di generale degli Ustacha e ha detto: “Penzare a copertura torta? io aiuta: tu sbatte altro bianco con zucchero e prendi cacao in polvere” Intanto lei si era messa a tagliare la parte superficiale della torta, che abbiamo afferrato e mangiato tutte e tre, per sentire come era venuta. Buonissima. Meno male. Poi ha zeppato lievemente la farcitura, ha spennellato di marmellata tutta la superficie dell’opera e infine ci ha versato sopra la glassa al cioccolato. Alla fine era un vero capolavoro, tipo la torta che il vecchio pasticcere ebreo dà alla sua allieva nel film “La finestra di fronte”. La nonna sembrava estasiata. Ma la torta doveva stare al fresco, per rapprendersi e conservarsi, inesorabilmente. Al lieve tonfo della porta del frigo la nonna ha emesso un piccolo sospiro. Allora mi è venuta un’idea. Ho tirato fuori dalla madia di formica il pane, quello di campagna, con poco sale, che mangiamo di solito, ne ho affettate tre fette e le ho spalmate di nutella. Poi ho preso un pentolino, ci ho messo un po’ d’acqua e l'ho messo sul fuoco, con dentro la lattina di cocacola. Quando è stata abbastanza tiepida ho preso tre bicchieri e tre piatti, ho fatto le parti e ho detto: “Alla salute!”. Tre donne per una torta. E io che mangiavo qualcosa di molto calorico, come non facevo più da almeno tredici anni! Mi sono sentita come se avessi avuto davvero una famiglia. Una strana famiglia, di quelle dei romanzi della Yoshimoto. Ma una strana famiglia è sempre meglio di niente."

2 commenti:

Ilaria ha detto...

Brava, come sempre sei coraggiosa e sincera, nella scrittura come nella vita. E continui a ricordarmi la nostra passione per la cucina e per la scrittura, quella piacevole e che arricchisce, ma che spesso, purtroppo, per me è latitante causa di forza maggiore...

Cecilia ha detto...

Grazie Ila! Non so cosa farei perchè tu avessi il tempo per scrivere, visto che lo sai fare, eccome! Se vinco la lotteria ti passo un vitalizio, così stai a casa (o dove vuoi tu) e scrivi quanto vuoi (e anch'io, magari un secondo romanzo più fortunato- o più bello- del primo)!